Paradoxes City

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Paradoxes City · #Paradoxes_City

La vita in una scatola

La playlist concettuale creata per scrivere e accompagnare il racconto.

Mi sono svegliato in un incubo, come vittima di un'eterna ciclica veglia, senza via di fuga se non una sentenza esterna da me. Lo so, non dovrei provare angoscia o paura in quanto sono solo un'immagine retorica, la metafora di un paradosso scientifico, un semplice artefizio letterale, ma anche i più fantasiosi incanti immaginari, quando il loro futuro è incerto, provano sgomento; perché io dovrei essere da meno? Solo perché sono nascosto alla vista, allora, la mia condizione dovrebbe essere migliore? No, affatto: questa è solo la vana illusione di chi, in questa prigione buia, mi ha confinato. Non si dice “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”? Sì, ma del mio dolore che dire? Neanch'io lo vedo, ma lo vivo, intenso e confuso come un carcerato che non sa se sarà graziato o condannato.

Scusate lo sfogo: lo so che non è chiaro, ma cercate di capire: qui è tutto così indeterminato, e non è che frequentando Wheeler abbia imparato a gestire la cosa. Certe cose non puoi apprenderle, né capirle, finché non le vivi in prima persona. Comunque, se volete, proverò ad esserlo (più chiaro, intendo) e a spiegarvi quello che mi è capitato, così, forse, sarete voi a determinare il mio stato.

Non so che cosa sono ora, ma ero un gatto, un essere vivente, e quindi pensante, e grazie a questo ho sempre guardato al mondo circostante con curiosità. Non ero molto diverso da qualsiasi gatto: mi aggiravo per le strade limitrofi; insieme agli altri gatti del quartiere facevo gruppo; cercavamo gatte disponibili quand'era stagione, o altri tipi di prede (topi, piccoli volatili, lucertole, cavallette); e poi riposo. Era una vita dura quella di strada resa però dolce dai comodi di una casa a cui tornare e degli uomini che mi coccolavano e a cui fare le fusa: era il prezzo del mio vivere in quell'alloggio, ma un prezzo che col tempo però è diventato un piacere, un qualcosa di istintivo e spontaneo man mano che a quella famiglia mi sono affezionato.

Poi, una mattina della mia tipica vita da gatto, fui preso di sorpresa al collo. Cercai di divincolarmi, di graffiare, ma senza riuscire a liberarmi. Mordere era impossibile, e miagolare con tutta la rabbia che avevo in corpo non servì a nulla, neanche a far giungere altri in tempo o a far intervenire i curiosi, che si voltarono indifferenti. Quella mano ferma e decisa mi mise in una scatola chiusa con qualche lucchetto, e lì rimasi incapace di scappare.

In quel buio, senza possibilità di fuga, col passare delle ore, mi addormentai.

Nel sonno rividi quanto successo con occhi esterni.

Mi ero distratto, incantato dal volo di una farfalla e dalle sue splendide e dinamiche ali di un blu incredibilmente intenso che in qualche modo mi rapirono… e, per ironia della sorte, quell'immagine ipnotica, quell'espressione figurativa, divenne letterale. Questo pensiero su come le parole e le metafore possano ripercuotersi su noi stessi e sugli eventi fu, in quella visione onirica di un ricordo vivido, illuminante come una luce accecante.

Poi, la luce dell'esterno della scatola, in quel momento di nuovo aperta, mi svegliò ferendo i miei occhi chiusi. La mano era tornata per mettere un divisore, riducendo il già limitato spazio in cui mi era concesso esistere. Cercai di sfruttare l'attimo per ferire il sadico carceriere, ma fu più furbo di me e si mosse con abilità, riuscendo a tenersi lontano dalla mia portata. Così quell'infame riuscì a mettere quella dannata barriera. Era forata, e trasparente, ma per quanto provai a muoverla e ad abbatterla, o anche solo spostarla per ottenere più spazio, non ottenni nulla. Nel mentre io lottavo con quella barriera, la parete opposta, protetta dal divisore, era stata tolta, sostituita da un'altra con qualcosa che emanava un'inquietante luce verde intensa. Era un liquido viscoso contenuto in un oggetto attaccato a qualche strano apparecchio collegato ad un martello e una fiala.

Non so cosa m'indusse più timore… ma quale timore? Ero totalmente spaventato dalla situazione: non era più un semplice sequestro; era una tortura. Il non sapere cosa stesse accadendo e l'impotenza nel ribellarsi mi fecero ammontare la rabbia, ma non quella nervosa che si prova quando sbagli un salto o quando il proprio essere umano da compagnia si dimentica di darti da mangiare; no, era una rabbia più viscerale, istintiva, forse quell'ira che diventa lucido furore e sadica cattiveria: l'odio verso il mio aguzzino, verso me stesso e il non conoscere la propria sorte.

Mentre questo mio malessere aumentava, la mia prigione ritornò ed essere sigillata. Calò un buio ferito dalla luce accecante del liquido fosforescente e tutto avvenne in quel momento: l'intero interno della scatola che costituiva ora il mio mondo, si scisse in due.

Sì, la stanza si scisse in due, ma non nel senso che si spaccò, ma che divennero due contenute in una; qualcosa come lo specchio che ne raddoppia la lunghezza, solo che era come se fosse stata la realtà stessa a raddoppiarsi, scindendosi.

E tutto da quel momento divenne sfumato.

Ero morto.

No, non lo ero: il mio corpo era a terra, vero, ma lo sentivo. Si era spezzato in due tra ciò che era materiale e ciò che era evanescente. Quella figura eterea uscita da lui assomigliava a me, ma diversa, era emersa quasi istantaneamente all'apparizione di una strana nebbia, che sembrava esserci e non esserci, e che mi uccise.

Ma io sentivo il peso del mio corpo che si guardava intorno. Mi mossi per leccarmi, per vedere se ero io, vivo e in carne, o se anch'io ero un'immagine spettrale come quella che avevo davanti e che, con sguardo triste, guardava quel corpo morto dal quale era uscita.

Sì, ero consistente, nel mio corpo, vivo. E allora quello lì chi era? E se ero io, cos'era successo?

Vidi una luce che mi traeva a sé e mi condusse davanti a un cerchio di fuoco sospesa da terra, alto circa un piano, e di là, forse, l'aldilà.

Per un attimo mi parve di vedere volti del mio passato, trapassati, e pensieri di una vita, che in quel momento finiva, scorrere nell'immaginazione di quelle entità che mi chiamavano al loro cospetto: i miei affetti perduti. Camminai sospettoso fino al varcare quella soglia di plasma ardente,e mentre la varcavo, il peso del mio corpo svaniva.

Sentivo inondarmi di una leggerezza infinita, indescrivibile, come se non fossi da nessuna parte: come se il mio corpo stesse morendo, o fosse già morto in ogni luogo e in nessun dove, mentre il mio Io finalmente si ricomponeva. Ecco, sì, l'identità non-locale che in me riveniva unita: ma come?

Gettai uno sguardo nel nulla fluttuante di probabilità, di entità che apparivano e scomparivano, e in tutto quel fermento pulsante vidi il diradarsi di ogni evento. Ogni attimo di vita, ogni scelta, ogni bivio, si dispiegava in realtà parallele dove ogni possibilità si concretizzava nei rami di quell'albero multidimensionale in cui vi era ogni variante della mia storia che non viveva nella mia memoria, che poi altro non erano che tutte le mie individuazioni che contemporaneamente divenivano altro e divergevano tra loro. Vedendo tutte quelle vite diverse che non ho vissuto e mai ho potuto esperire, un pensiero mi venne: che non esista un senso a questa vita? Già, era chiaro: ognuno di noi, ogni versione di noi, può creare e darle un proprio significato, un senso; ma se davvero era così, io cosa avevo fatto della mia vita? Nulla, se non vivere l'attimo per soddisfare il mio egoistico piacere momentaneo, senza scopo preciso, senza una meta definita, o l'aver costruito e realizzato qualcosa di concreto, anche solo per me stesso. Non avevo fatto nulla di più che vivere il momento trascinato dal vento dagli eventi, senza cercare di incanalarlo in qualche modo per qualcosa, se non sfruttando i brevi momenti di bonaccia in cui potevo gestirmi il tempo come meglio credevo, e ovviamente l'unica cosa che ho sempre fatto e mi veniva spontaneo era colmare quei momenti di futilità, svendendo ciò che sentivo e credevo di essere per un po' di compagnia e affetto.

In quell'immagine universale cercavo redenzione, una qualche spiegazione a quel mio stato, forse una scusa, a quel mio essere e anche a quella vita. Così voltai lo sguardo alle ultime biforcazioni di quell'albero, e non vidi solo morte, ma stati di sovrapposizione, e ogni metà di ogni individuazione unirsi nella morte, e quindi con me. Ero morto, e con questa consapevolezza mi ridestai davanti al mio cadavere, sconvolto.

<< E tu chi cazzo sei?>>

C'era un altro me, vivo e ottuso come sempre; arrogante come al solito.

Lo guardai schifato da ciò che ero, e provai ad andarmene, ma la parete mi bloccò. Ero imprigionato col me stesso vivo, schiacciato da ogni possibilità negatami fin'ora, e dall'evidente ineluttabilità della mia storia.

Con l'ira repressa mi sedetti sullo sfondo, guardando l'ultima possibilità di vita e redenzione che mi rimaneva.

<<Che cazzo hai da guardare?>>

“Nulla: solo uno che ha buttato nel cesso la sua vita”

<<Ma cosa vuoi saperne… >>

“Io so solo che non si riduce tutto a soddisfare ogni gatta in calore che fa le fusa, o a vivere semplicemente il momento, fregandosene di tutto e tutti.”

<<Non hai neanche la minima idea di quello che stai dicendo.
E comunque la vita è fatta anche di questo: di momenti.
E poi chi saresti tu per giudicarmi?>>

Non volevo cedere alle sue provocazioni.

“Vero, è fatta solo di momenti, sia tristi che divertenti, ma tu li rendi tristemente divertenti, perché il tuo vivere rumorosamente, in modo frenetico e alla giornata non è che un modo di coprire l'assordante silenzio del tuo vuoto interiore.

Vorresti creare dei legami ma hai paura di cambiare e così continui a scappare, a non osare, a non buttarti per perdere i pochi rapporti veri che hai o credi di avere, e accecato da questi non vedi i legami sinceri che hai costruito, e in questa giostra che tu stesso hai realizzato non ti rendi conto che ti sei incatenato a degli schemi che si replicano e alimentano ciò che in realtà vorresti cambiare, e a causa di tutto questo non vedi una cosa semplice: il senso della vita è dare alla vita un senso, un significato. Lasciatelo dire da uno che ormai la sua occasione l'ha persa.”

Era stato in silenzio tutto il tempo, ma non perché non volesse replicare, ma per vedere fin dove quel mio nostalgico e triste monologo avrebbe portato.

<<Ma chi cazzo credi di essere per giudicare la mia vita? Stai a pontificare sul nulla, senza nulla su cui basarti. Ma soprattutto senza conoscere una beneamata mazza di me!>>

“Chi pensi che io sia? Sono te, morto: il fantasma di chi ha buttato via la sua vita e che nel nulla di una scatola, lontano dal mondo, è morto, solo, svuotato di ciò che avrei potuto essere e mai sarò, privato di ciò che non ero e né mai ho avuto il coraggio di essere. Ecco chi cazzo credo di essere!”

<<Mi stai forse accusando di qualcosa? Pensi che stia buttando la mia vita nel cesso? Ma almeno sai di cosa stai parlando, o forse la morte ti ha provocato danni celebrali seri per uscirtene con certe stronzate? Io avevo una vita fantastica prima di trovarmi in questo buco di merda, e tu… >>

“Cosa? Io cosa? Avanti dillo!”

<<Non sai minimamente cosa sono: chi sono. Per quanto mi riguarda potresti benissimo essere un allucinazione o un trucco per torturarmi creato da quel bastardo che mi ha rinchiuso qui dentro. È già abbastanza stare chiuso qui, senza sapere che succede e senza avere la tua voce a tormentarmi o a giudicare senza conoscere.>>

“Senza conoscere dici? Ma come potrei non conoscerti se sono solo una creazione della tua mente, magari indotta da questa strana nebbia?
Svegliati, rincoglionito. Sono te, morto nel momento che questo inferno è stato sigillato e si è scisso, e se sei così ottuso da non capirlo allora guardami, qui, diritto negli occhi…”

Tentennai, tra il sospettoso e la voglia di riversare tutta la mia rabbia contro quell'illusione e guardarlo: in fondo che avevo da perdere? Me stesso? No, e come avrei potuto se non ero neanche più padrone della mia vita e forse anche dei miei pensieri?

Così guardai.

“… Non ti sembra di essere davanti a uno specchio? Di guardare te stesso nell'immagine che hai di fronte invece che un semplice riflesso o una riproduzione artefatta?

Non ti riconosci in me? O forse il problema è che non ti riconosci più perché da tempo hai smesso di guardarti?”

Rimasi fisso ad osservare quegli occhi, che effettivamente erano i miei ma non lo erano allo stesso tempo. Vi era qualcosa dietro: forse il riflesso della luce che, dicono, si vede nel momento di morire, o forse davvero era ormai troppo tempo che non mi guardavo dentro.

Ma no, non volevo crederci, non volevo cedergli, era tutto troppo assurdo, anche per la situazione in cui mi trovavo.

Avevo toccato le sue corde giuste, e come previsto, nonostante il mio stato alterato ed etereo, distaccato e disperato, ero riuscito a manipolarlo, o meglio, a manipolarmi. Era un azzardo, ma che altro potevo fare. Tutto dipendeva da quel momento, e dovevo sperare che la morte mi avesse solo aperto gli occhi e che, in caso, non mi avesse cambiato troppo.

<<So benissimo chi sono e di certo non sarà certo una sbiadita imitazione di me con tendenze omosessuali a farmelo capire.

Sono già abbastanza incazzato per essere stato rapito, sottoposto a questa sostanza che sembra pulsare, costretto a vedere cadaveri spuntare dal nulla e il tutto senza sapere né quando né se uscirò mai da qui o cosa ha in mente lo stronzo che mi ha sequestrato, senza che ti ci metta anche tu, con le tue sentenze e i tuoi pregiudizi del cazzo mentre mi fai gli occhi dolci, quindi evitami di farmi discorsi esistenziali, di parlarmi di vuoto di significato, che già questa situazione è troppo assurda e paradossale per poter tollerare le tue stronzate!>>

“Sei qui a piangerti addosso, a vedermi come il male perché sei rinchiuso qui con me, perché non riesci a sostenere il mio sguardo né le mie parole, e sei talmente chiuso in ciò che senti che non ti accorgi che sono morto: che siamo morti insieme, e niente tornerà come prima.

E tu ti lamenti e fai la vittima, ma io che dovrei dire?

Sei talmente egoista, debole, stupido, cieco e arrogante che mi verrebbe di augurarti di morire, ma purtroppo detesto il suicidio, quindi non posso che augurarti di sopravvivere, perché anche se sembra la peggior punizione, in fondo puoi sempre cambiare. Sono io che ormai non posso più farlo, perché sai come si dice 'non c'è nulla di definitivo tranne la morte.' Fanculo!”

Ringhiai d'amarezza per quella sorte assurda. Già, nulla è definitvo più della morte, e io ero qui, in bilico, e forse sarò vivo dopo essere morto (o almeno una parte di me): l'apice dell'incertezza e dell'indeterminazione della mia condizione. Quanta ironia…

<<Fanculo a te, fantasmino del cazzo. Perché dovrei ascoltarti, eh? Spiegamelo! Potresti essere qualsiasi cosa: un qualche strano modo per torturarmi, che so, un'illusione, un effetto di quella sostanza di merda che ho inalato, o qualsiasi altra cosa… >>

“Cos'è: non ti basta guardarmi, riconoscerti? Cosa vuoi: farmi per caso il test di Turing? Pensi che sia solo un ologramma, un'allucinazione?

Allora tocca quel corpo! Tocca quel cadavere!

Gli urlai addosso quelle parole che erano un misto di rabbia e disperazione, ma a cui feci trapelare solo irritazione e provocazione, e quel modo di fare lo fece arretrare finché non cadde sul suo stesso corpo morto.

“Allora, adesso che mi dici? È reale quanto te, oppure credi di poter toccare una visione o un incubo lucido?”

Rimasi in silenzio, furibondo e disorientato, non per la caduta, ma per tutto il resto: quel contesto, vita e morte in contemporanea e nessuna delle due davvero esprimibile in quella prigione. Non capivo come potesse accadere, figuriamoci se riuscivo a realizzare che stava accadendo a me (o entrambi), né riuscivo a capire cosa stessi percependo: tutto era sovrapposto, in contrasto, duplice, evanescente, sfumato di opposti… una contraddizione impossibile che bene si sposava con la mia indeterminata condizione.

<<Finiscila!>>

Dissi a denti stretti, in un sibilo di ansia e disperazione.

Non capii cose disse. Sembrava l'ennesima imprecazione, forse un insulto. La cosa mi lascio dubbioso e irritato al tempo stesso.

“Come?”

Irritato gli urlai in faccia tutta l'aggressività di chi sa di essere sconfitto ma non si vuole mostrare sopraffatto.

<<Finiscila! Finiscila! Finiscila, cazzo!

Piantala con questi giochetti di merda!

Ho capito, cosa credi? Che sia scemo?

Sono morto, e tu sei il mio fantasma, ok, ho capito. Ora sei contento? Sei soddisfatto o vuoi sentirmi dire che sono terrorizzato da tutta questa situazione?>>

Lo guardai con attenzione: era al limite come me. Gli occhi sbarrati ora dopo la contrattura dello sfogo di reazione più che prevedibile. Ma non ressi più neanch'io, in fondo ero sempre quell'irruento che ero stato in vita e che avevo davanti.

“Che cosa credi? Che mi stia divertendo?

Sono intrappolato con te, e scusa se non sprizzo di gioia da ogni poro, ma sai sono appena morto, e non li ho neanche più i pori. Sono un fantasma imprigionato col me stesso vivo in una scatola senza sapere perché, ma a differenza di te ho capito una cosa: il perché non posso uscire sta nel fatto che il nostro destino è indeterminato e finché non interverrà qualcosa di esterno da noi, nulla cambierà.”

Non riuscivo a rispondere. Mi irritava tantissimo quel tono, come se fosse colpa mia, e volevo rispondergli a tono a quello stronzo, ma non mi venivano le parole ne argomenti per ribattere efficacemente. E in tanto la mia rabbia aumentava ad ogni sua esternazione…

“Pensa, qui siamo ben oltre all'ironia: al colmo di essa, perché per poter sperare in un miglioramento del mio stato, devo augurarmi che tu sopravviva e che io sparisca. Lo vedi? Per aspirare ad un cambiamento necessito della vita, e quindi la 'morte' di me come fantasma per non essere condannato ad un'eternità di rimorsi non sanati e rimpianti di una vita sprecata. Quindi non venire a lamentarti o a fare la vittima con me. Tira fuori le palle per una volta che servono davvero, visto che castrato non lo sei di certo!”

Avevo occhi infuocati di lacrime represse, di rabbia che voleva esplodere, di parole che non riuscivo a pronunciare, e il suo sguardo gelido, fisso scavava nel mio.

Non stavo bene: non per la sostanza ma per colpa mia, del me stesso morto che non la finiva di accusarmi di colpe comuni.

Non potevo, non ce la facevo a reggere quello sguardo, troppo intenso e carico di giudizio e rammarico.

E così, stanco e abbattuto, cedo al sonno (di morte?) sconfortato…

svenendo…

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Sapevo che non mi avrebbe risposto, che la furia lo avrebbe fatto crollare, e così accadde, e svenne invece di affrontare e sostenere la realtà dei fatti: una fuga come altre.

Lo guardai immerso nel suo mondo fittizio, illusorio, e neanche lì si dimostrò in pace. Voleva fuggire da lì probabilmente dato che i suoi occhi, sotto le palpebre, si muovevano segnalando un messaggio di SOS anche in fase REM. Quel messaggio però non arrivava, non era chiaro, dal ritmo vago e troppo frenetico e scostante, prenda dell'ansia di un incubo fittizio, anche se rimaneva sempre meglio di quello reale in cui ci trovavamo: almeno da lì poteva scappare. Quando il ritmo rallentò mantenendo il segnale triplo ma diradato, di colpo, come era crollato in quel mondo, si ridestò.

Non ebbi parole per lui; quel cretino era la mia unica possibilià di cambiare, di vivere come avrei dovuto fare (come sentivo il bisogno di fare), ma senza la volontà di ascoltarmi per davvero né la minima forza di reagire a ciò che stavamo vivendo.

… E poi mi svegliai di colpo, senza ricordare alcun sogno, ma con una sensazione diversa. Un'angoscia maggiore, un senso di realtà accentuato che con sé si portava dietro una maggior attenzione a ciò che mi circondava.

E ora sono qui, con il mio corpo a terra (o almeno uno dei due), il mio spirito glaciale che, ormai muto mi guarda fisso, in silenzio, senza distogliere lo sguardo, senza mai sbattere alcun tipo di palpebra, e il terrore di essere in balia di ciò che non si conosce, dell'ignoto, senza apparentemente un qualsiasi motivo, sensato o meno che possa essere, ma con una nuova consapevolezza: ogni minuto che passo qui dentro, continuo a morire, e lui, il mio fantasma, diventa più concreto. Forse, in sostanza, per quella sostanza, in un arco di tempo abbastanza lungo, la mia possibilità di sopravvivere tende a zero, e nulla posso fare se non attendere con angoscia qualsiasi cambiamento, qualsiasi cosa che rompa questo equilibrio instabile.

Solo il tempo qui è stabile, come cristallizzato: non si sentono suoni, non si percepiscono cambiamenti. Solo il mio flusso di pensieri (questi pensieri), fanno fluire il cambiamento, e le mie palpebre intermittenti scandiscono il tempo.

Quanto maledico quel sogno, qualsiasi cosa mi abbia mostrato, perché mi ha fatto reso lucido, e non vi è nulla di più atroce dell'impotenza di fronte agli avvenimenti e dell'incertezza del presente e delle sue conseguenze. E maledico quello sguardo che mi fissa, carico di ogni cosa in potenza, e dal quale non riesco a distogliere il mio di sguardo.

Così, in questa stasi, muti, con sguardi che si esprimono e si affrontano l'un l'altro, troviamo parole nuove per noi, che non ci appartengono, per descrivere ciò che sentiamo; parole precise per indeterminare ciò che siamo: sospesi tra due stati del nostro esistere che non contempliamo, che non riusciamo a realizzare contemporaneamente nella nostra mente ma che sentiamo, viviamo e vediamo, intrappolati qua dentro, privati di storia, fuga o azione, degenerati in questa assurda sospensione.

Chiedo troppo nel voler sapere quale destino mi attende?

Chiedo troppo nel pretendere di conoscere ciò che sono?

Vorrei sapere se sono davvero vivo, o se anche per il mondo sono morto: se il mio destino fosse segnato non sarei in questo stato sovrapposto, scisso in due possibilità di probabilità variabile col passare del tempo.

È questa incertezza che conosco bene. In questa indefinitezza, il mio costate evitare di porre limiti, confini e definizioni, il mio continuo osservare e mettere alla prova ogni cosa, dubitando e criticando ogni concetto e precetto, ogni percezione e intuizione, sottoponendolo a qualche verifica, mi permette ora di trarre informazioni anche nell'indeterminata incertezza di questa situazione.

So che questa mia condizione si risolverà non per morte naturale, altrimenti non ci sarebbe sovrapposizione, ma tale riduzione di possibilità ad un'unica certezza, non avverà finché la luce non invadrà questa scatola: solo in quel momento, qualsiasi cosa accadrà, noi due diventeremo uno, e qualunque cosa (o persona) sarà ciò che decreterà il mio destino, in qualche modo mi legerò ad essa, intrecciando il mio stato con il suo.

O forse la sovrapposizione si estenderà, e chiunque conoscerà la mia condizione, non potrà far altro che rimanere sospeso anche lui, tra due stati d'animi opposti, comprendendo il mio malessere ed simpatizzando per la mia condizione.

Ma ora, caro lettore, ti devo salutare, perché intravedo una luce improvvisa, e quindi forse la tanto desiderata fine.

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